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il documento più antico che tratta lo zafferano sangavinese risale al 1539 (ASC ANL Ca, not. Melchiorre DE SILVA, vol. 616). (clicca per ingrandire)
Documento antico
a quella data ne esisteva una vasta coltivazione; e quaranta anni dopo lo storico G.F. Fara, attestandone la diffusione in tutta l'isola, lodava la qualità del nostro definendolo "crocus optime" (G.F. Fara Corographia Sardiniae, 1580).

la sua introduzione in Sardegna ed in San Gavino è però più antica e lo confermerebbe la terminologia locale relativa alla coltivazione ed alla preparazione della droga.
(a destra: cartina Gherard Kremer "Descriptio Sardiniae Insulae" - 1630)
cartina del 500
TERMINOLOGIA
Il lessico sangavinese relativo non risente di alcuna influenza linguistica straniera, è antichissimo e testimonia dell'esistenza di una coltura altrettanto antica.

- Tzaffaranu (zafferano), vocabolo importato dai pisani
- Conca (bulbo), introdotto dai latini pur se di origine greca, ma non nell'accezione di "capo" o "testa"
- Ena (stimmi), contrazione del latino "avena"
- Folla (petalo), dal latino "floris folium"
- Crini (foglia filiforme), dal latino "crinis", in senso figurato
- Grofu (colpo), che nella locuzione "sa dìi 'e su grofu" indica il momento di massima fioritura
- Tiriài (tostare), dall'onomatopeico "tittiri" per irrigidire
- Afeidai (umettare), antichissimo verbo sardo attestato nei Condaghes e nelle Carte Volgari Cagliaritane
una ipotesi fondata vuole che a farla conoscere da noi siano stati i monaci basiliani (IX - X) del convento di Santa Lucia i quali ne facevano largo uso per motivi liturgici e come colorante tessile.
(nella foto, il Convento di Santa Lucia - 1914)
Convento Santa Lucia
dopo i basiliani, andati via in seguito allo scisma del 1053, il convento passò ai benedettini, ed anche essi sappiamo che usavano lo zafferano nella preparazione di medicine galeniche.
un ruolo nella ripresa della coltura possono averlo avuto, tra fine del Duecento ed i primi del Trecento, anche i Pisani presenti nel Giudicato d'Arborea, giacché la Toscana di allora ne possedeva estese coltivazioni.
(nella foto: mensola decorata a palmette che faceva parte della base della cupola della primitiva chiesa basiliana di Santa Lucia)
mensola
nel periodo a cavallo tra il XVI° ed il XVII secolo, in coincidenza col declino delle coltivazioni abruzzesi S.Gavino divenne, per l'estensione dei coltivi e la qualità del prodotto, la capitale dello zafferano italiano; e tale è rimasta tra alti e bassi, sino ai giorni nostri.
fino agli ultimi del Settecento la sua coltivazione fu monopolio delle famiglie benestanti del paese. In seguito, anche per il diffondersi della proprietà della terra, essa si estese enormemente tra i ceti meno abbienti.
(foto di A. Caboni)
bambini_attorno_al_tavolo
secondo una ipotesi più concreta, un ruolo nella ripresa della coltura dovrebbe averlo avuto, tra la fine del Duecento ed i primi del Trecento, la Repubblica dell'Arno che dominava allora in quasi tutta l'isola, giacché la Toscana ne possedeva grandi coltivazioni. Nel 1318 al Breve Portus Kallaretani, pisano anch'esso, viene aggiunta una norma per l'esportazione della droga dal porto di Cagliari.

Il livello produttivo più alto, con 400 Kg circa di stimmi, dovrebbe essere stato raggiunto nel Novecento tra gli anni '30 e '50.
molta parte del prodotto era commercializzato dalle "tzaffaranaias", donne di una certa età, talvolta vedove che ne ricavavano il sostegno per le loro famiglie. Esse acquistavano il prodotto dai coltivatori e lo rivendevano nei paesi del sud Sardegna, e talvolta in quelli del centro.
(nella foto a destra, Sedda Damiana e Sedda Gesuina, due tzaffaranaias
tzaffaranaias
 
 
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